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Il mio battesimo di fuoco

Inizia oggi la mia collaborazione con SoftRevolution, un gruppo di ragazze incazzate come piace a me che mi ha fatto l’onore di includermi fra i loro collaboratori. Qui il primo articolo basato sul tema del mese, la paura.

Qualche anno fa ebbi il mio battesimo di fuoco. Non ha molta importanza definire i particolari, sarebbero più utili alla strumentazione delle mie parole che ad altro. Erano italiani? Stranieri? Era notte? Giorno? Dov’ero? Com’ero vestita? A seconda delle informazioni che potrei dare il contesto e il valore di quello che accadde cambierebbero ed è proprio contro la varia interpretazione dei fatti che scrivo, per mettere sotto luce un’unica, indimenticabile sensazione.

Un giorno, da qualche parte, un gruppo di uomini mi fermò per lanciarmi pesanti frasi da rimorchio; poi mi misero le mani addosso e mi sbatterono a terra. La colpa, ovviamente, fu mia: avevo risposto alla violenza. Quando iniziarono a infastidirmi con le prime battute non provai paura, ma un’immensa rabbia, generata dalla noia e dal fastidio di vedere un gruppo di persone rendersi ancora una volta ridicoli e meschini solo perché sei da sola, sei donna, sei fisicamente piccola. La mancata immedesimazione da parte loro nei miei panni – che in quel momento erano quelli della vittima – mi esasperava così chiesi, visto che per loro non valevo niente, se avevano una madre. Forse avevano almeno una figura femminile che rispettavano? Non era una donna anche lei? Come si sarebbero sentiti a vederla vulnerabile, attorniata da un nugolo di gente che abdicava alla propria dignità, in nome dell’inebriante sensazione di avere per un attimo in mano il Potere? Continua a leggere

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Sul discorso contro la violenza alle donne

Non c’è bisogno di aspettare Giugno per dire che, almeno sulla carta, in Italia nei primi 6 mesi del 2013 si sono fatti alcuni significativi passi avanti riguardo il discorso della violenza sulle donne. Il più importante è la comunicazione stessa del problema in televisione, nel web e sui giornali: la violenza alle donne esiste, ci sono numeri e fatti a testimoniarlo. Luciana Littizzetto approfitta della conduzione del Festival di Sanremo per poter parlare in un monologo del tema che oggi ha anche acquisito un proprio termine, femminicidio. Serena Dandini pubblica per la Rizzoli Ferite a Morte e lo porta in giro per i teatri italiani. Ogni nuovo omicidio – e non sono pochi – riapre il dibattito, scatena manifestazioni, porta alla pubblicazioni di articoli e dossier sull’argomento, cartelloni e pubblicità con donne colme di lividi, un occhio socchiuso, le labbra tumefatte. Ma sembra che ancora non si sia constatata l’anomalia per cui il discorso, per quanto parlato non è ancora uscito dal filo spinato della ghettizzazione di genere.

Il discorso sulla violenza contro le donne viene difatti articolato esclusivamente al femminile, con il paradosso per cui l’oggetto del problema – la donna che subisce – diviene soggetto, e il soggetto – l’uomo che usa la violenza – scompare. Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, nessuno parla agli uomini. Tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare ad evitare i soggetti maschili violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti autodistruttivi. Luciana Littizzetto ricorda che “un uomo che ti picchia è uno stronzo”, e anche lontano da noi, in America i media danno addosso a Rihanna – già ripresa da Camille Paglia come nuova icona femminile autodistruttiva alla stregua della principessa Diana – che dopo essere stata pestata a sangue nel 2009 dal fidanzato rapper Chris Brown ha deciso recentemente di tornarci assieme; così la cantante va da Oprah Winfrey, in lacrime, a difendere se stessa e il proprio compagno mentre tutta l’opinione pubblica statunitense si chiede se non sia impazzita. Chris Brown perlopiù tace, al massimo promette laconicamente di diventare un uomo migliore. Cosa gli passasse per la testa, la sera in cui ruppe il naso alla sua donna, ancora non si sa. D’altra parte è la donna che “non si sa difendere”, o che non sa dire no; è lei che deve parlare.

 L’equivoco è che la violenza sulle donne riguardi solo loro; e che pertanto l’educazione, o meglio, la prevenzione, vada declinata al femminile. Non si vuole con questo sminuire i risultati di quelle figure maschili che hanno deciso di dissociarsi dallo stereotipo di genere e affermare la propria diversità culturale, ma se la comunicazione è improntata solo a spiegare alle donne come reagire, o a far dire ad alcuni uomini che loro “certe cose” non le fanno, escludendosi dal problema, il rischio è che la generalizzazione di quelli che Luciana Littizzetto chiama “stronzi” ripeta pedissequamente il luogo comune autogiustificatorio per cui alcuni sono fatti così, spostando, come in tutti i casi di discriminazione, – perché una violenza la si fa anche agli stessi uomini riducendoli in bestie – il contesto dal piano civile a quello biologico. Non interrogare la parte in causa, continuando ad negarla come un nemico insormontabile solo da evitare, significa non voler aprire un vaso di Pandora ben più esplosivo che è l’educazione stessa degli uomini e delle donne.

 Che l’uomo sia di base cattivo o meno, la sua formazione culturale serve a riconoscere e reprimere determinati impulsi negativi a favore di altri, per una convivenza serena in società: come, per farla banale, il fatto che pur a volte desiderare di uccidere qualcuno non comporta che lo si faccia automaticamente. Allora perché ancora oggi invece di insegnare a combattere specifiche istanze di sopraffazione si finisce per far coincidere l’uomo con quelli stessi desideri bestiali? A chi fa comodo? Non è un caso che la società si rifiuti di affrontare un problema così granitico: conseguenze sarebbero lo scardinamento e la ridiscussione di concetto subconsci ancora ben saldi. Ci vogliono un’energia e fatica immense il cui peso nessuno, a quanto pare, vuole sobbarcarsi. Allora l’uomo per natura è cattivo, odia le donne e ama distruggere: bisogna tollerarlo, difendersi e imparare a conviverci. Troppo facile come soluzione, comoda per non toccare i grandi nodi culturali e morali della realtà in cui viviamo.

 Cosa succederebbe invece se gli uomini che violentano, che ammazzano, pur in tutta la loro meschinità, bassezza raccontassero almeno perché, perché lo fanno, come sono stati educati, perché nessuno ha insegnato loro una via diversa? Cosa succederebbe se si parlasse non solo alle donne, ma anche agli uomini di oggi e di domani, permettendo loro di ammettere l’impulso di violenza,, riconoscerlo e quindi poter scegliere fra questo e un’istanza più pacifica? Perché questo approccio è utilizzato in tutti i discorsi etici tranne questo? E infine quand’è che gli uomini diventeranno voce e soggetto di questo discorso? Che la maggior parte delle donne l’abbia capito o meno, il problema principale non è sapere che alcuni uomini sono degli stronzi, ma sapere per quale motivo lo sono, e “perché sì” è una risposta che non possiamo continuare ad accettare.

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Il pezzo mancante – Giovanni Piperno (2010)

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Certi film nascono dalle idee; altri sono il miracoloso prodotto della capacità umana di costruire proprio partendo da quello che non c’è. Ne Il Pezzo Mancante Giovanni Piperno si trova ad affrontare un tema di enorme importanza – le vicende pubbliche e private di una delle famiglie, gli Agnelli, che più hanno condizionato la storia del nostro paese – sprovvisto di qualunque mezzo adeguato alla realizzazione del progetto. Se infatti molti dei possibili interlocutori sono oggi oramai scomparsi, a gravare sulla riuscita del film concorre anche la scelta perentoria degli altri membri della famiglia a non collaborare col regista. Tale difficoltà si è però straordinariamente mutata in opportunità, e su questo vuoto di parole e ricordi Piperno ha impostato i termini della sua narrazione. Racconto che rimanda di continuo al rimosso, al celato, Il pezzo mancante sceglie consapevolmente di sostituire quella sistematica griglia di fatti storici e rivelazioni che non può permettersi di delineare, con un intreccio di piccoli aneddoti, foto, sensazioni inespresse, intuizioni solo suggerite. Continua a leggere

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Senna – Asif Kapadia (2010)

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Tre volte campione del mondo. Capace di scivolare sull’asfalto asciutto come sulla pioggia, di compiere rimonte incredibili, di spingere la vettura oltre ogni possibilità.  Un pazzo o un genio, a seconda dei punti di vista. A 17 anni dalla sua morte, il nome e la figura del pilota di Formula Uno Ayrton Senna, scomparso in un tragico  incidente nella gara del Gran Premio di San Marino il 1 maggio 1994,  rimangono ancora bene impressi nella memoria collettiva. Il documentario di Asif Kapadia si pone un difficile traguardo: saper raccontare l’uomo e il mito, a chi l’ha amato, ma anche a chi forse non se lo ricorda più. O non l’ha mai conosciuto.  Continua a leggere

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