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Alabama Monroe: Una Storia D’Amore – Felix van Groeningen (2012)

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Alabama Monroe – Una storia d’amore si apre con un ricatto morale lanciato addosso allo spettatore con tanta violenza che il primo istinto è di alzarsi e insultare il regista per il sequestro emotivo subito. Una bambina angelica di 6 anni col cancro, i capelli che cadono e il vomito durante la tentata cura mentre intorno si tenta di mantenere un ambiente rassicurante: le stelline luminose nella camera d’ospedale, i racconti sul Generale Chemio, i disegni sui muri. Che cosa ci vorrà dire un film che parte con un registro già così strappalacrime? Sarà l’ennesimo tentativo di portare a casa il risultato con una facile manipolazione morale? Per fortuna del film belga, che si è anche guadagnato una nomination agli Oscar per il Miglior Film Straniero, le cose non stanno così.

Se la storia di Elise e Didier – innamorati al primo sguardo, così diversi fra loro ma dopo qualche mese già installati in una deliziosa casetta in campagna con gli animali – sembra quasi troppo caramellosa nell’insistere nella bellezza degli inizi, con quei rapporti sessuali estasiati, la gioia di accettare di avere un figlio non previsto e l’arrivo dell’adorabile Maybelle, è solo per accentuare la caduta quando il dramma della malattia si palesa e spazza via tutto. La vita è stata troppo generosa con noi, urla Elise al compagno,  che novello Giobbe si scaglia contro Dio e la religione in nome della quale è stata osteggiata quella ricerca scientifica che avrebbe potuto salvare Maybelle. Nessuna indicazione etica precisa appare nel film, che invece riassume le possibili reazioni alla perdita improvvisa. Rifiutare la fede che acceca la ragione ammettendo l’assoluta irreparabilità della morte; decidere di credere nell’anima e in qualcosa che rimane oltre ogni evidenza; soprattutto trovare un motivo, che può diventare però  sinonimo anche di causa, come nella sequenza in cui la coppia, con lucida follia, inizia ad accusarsi l’un l’altro dei possibili errori responsabili del cancro della figlia. Hai fumato durante i primi mesi della gravidanza, ricorda Didier. Non mi hai permesso di allattare a lungo, e nel latte materno ci sono anticorpi così preziosi… ribatte Elise.

Basare il film sulla scelta narrativa dei flashback comporta un’alternanza quasi insopportabile di momenti felici e disperati che fa pensare che lo stesso regista interpreti il ruolo di quel Dio crudele contro cui Didier si scaglia, che dà e toglie senza criterio e giustizia; quell’essere superiore che non ha pietà oppure semplicemente non esiste affatto. Alabama Monroe – Una storia d’amore è la storia dell’istinto umano di autodistruggersi quando il dolore è troppo forte, e della domanda senza risposta che ci accompagna dall’alba dei tempi: vale la pena vivere anche quando fa troppo, troppo male? È penosamente impossibile offrire una soluzione al quesito, perché non si può non riconoscere il diritto di Elise a pensare che è quasi immorale pretendere di andare avanti nella vita quando non puoi salvare i tuoi figli, né è lecito negare a Didier una naturale volontà di sopravvivenza oltre ogni evento catastrofico. Se la vita non la si può giustificare, non rimane altra libertà che raccontarla, come  l’uomo con cappello e stivali da cowboy che canta le sue amate canzoni country, e la sua donna che si scrive  sul corpo con l’inchiostro i nomi cardine della propria esistenza; e come fa un cinema che non può curare o proteggere i propri personaggi ma solo lasciarli liberi di agire dentro lo spazio che concede loro. Come un Dio indifferente, una Natura spietata,  e un’arte umana condannata alla sola espressione, senza promettere miracoli, ma unicamente storie per piangere e ridere.

Da PointBlank

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B.B.

Come possono diventare belle le persone una volta conosciute, si disse: adesso a volte le sembrava di vedere un’altra persona, uno sguardo appartenente a qualcun’altro che lei aveva già visto, ma non ricordava dove.

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bozzadariscrivereconpazienzaquieta

Gli altri a volte sono solo una scusa per esaltare noi stessi. Marionette, involucri vuoti e nomi scritti a penna.

Lei per esempio,voleva mangiare ed essere mangiata. Allora si innamorava e poi ne moriva, così di colpo. Una volta sembrava anzi interstardita o arresa a  morire con più energia del solito. (…) Per salvarla  i suoi genitori tentarono dichiarazioni d’amore  e lunghe chiacchierate a srotolare la tradizione di famiglia, coi volti ora seri ora malinconici di nonni e parenti mai conosciuti a testimoniare, con la loro vita vissuta, l’immensità dell’esistenza e delle sue possibilità. Cos’era il dolore di un amor perduto a confronto?

….

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Indifferenza sociale

“Quando si soffre di solitudine, la percezione dell’oppressione rimane muta”
(Susan Griffin)

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Bloc Notes 6.3

Una volta avevo paura degli scheletri, ma da poco ho scoperto che sono ottimi compagni di ballo.

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Cose in cui ho smesso di credere

Quando ero più ragazzina, pensavo di essere pazza. E lo dicevo, tra lo scherzoso e il serio, a me stessa e agli altri. Ero solo stupida però.
L’unica giustificazione che posso portare è che sono vissuta in un contesto dove il concetto di pazzia veniva facilmente messo in ballo, e a furia di sentirmi dire che ero strana ci ho creduto. Allora davo agli altri la possibilità di possedere la verità; adesso, timidamente, oso dire che malgrado abbia cercato strenuamente di vedere le cose dal loro punto di vista, forse erano solo opinioni di persone superficiali. O che non avevano ancora vissuto abbastanza.
L’etichetta di pazza, strana fa emergere  anche alibi di rinuncia, come a dire, oh beh, sono fatta così, non posso cambiare, non ci posso fare niente. Ma anche senso di liberazione.

“Entrare nel manicomio secondo me,
è come entrare nel regno di una felicità
che nessuno comprende,
perchè si rimane finalmente soli davanti alla nostra identità
che tutti avevano cercato di deformare”
(Alda Merini)

Il senso di inferiorità fa talmente coincidere la propria identità con i soli propri difetti che si finisce per pensare che siano l’unica cosa autentica che si ha. Quasi ci si sente sinceri, liberi, anche perché molti difetti sono soltanto caratteristiche innocue. Per me però, si finisce per fraintendersi esattamente come hanno fatto gli altri. La sfida, estenuante, diventa quella di trovare qualcuno che accetti soprattutto i difetti, ma che abbia un senso o no, lascia da parte anche tutte quelle cose belle per cui forse ci meritiamo anche un po’ di accettazione.
Ho scritto poesiole dolci e stupide, quando ero più giovane.

(per chiunque)
se mi sceglierai
sceglimi per le mie imperfezioni
per il modo in cui solo io saprò ferirti
per quella rabbia che t’ispirerò

per gli angoli storti del mio corpo e le manie della mia mente
per gli sbagli solo miei di cui vorrai essere il testimone

cosi anche se te ne andrai ricorderò la tua scelta
per la mia persona traballante su cui ti appoggiavi
donando ad entrambi un incredulo equilibrio.

Mi sbagliavo. Non conoscevo ancora bene il dolore, Quello mio e quello degli altri. E chi diavolo ci vuole avere a che fare? La verità è che quando sei pazzo non soffri. Hai mollato. Ma la sofferenza può avvicinare parecchio alla follia, proprio perché ci si vuole solo arrendere. Perdere il contatto, la consapevolezza, vagare tra le contraddizioni senza notarle, notificarle.
L’unica cosa decente del dolore, l’unico straccio di senso che ci galleggia dentro, è che rende tutti uguali. Altro che diversi, o strani, o pazzi. Tutt’altro: la follia è una liberazione che costa troppo.

Adesso che so di essere banale, normalissima, ho smesso di deformare io per prima la mia identità presentandomi al mondo nel prisma equivoco dello sbaglio, dell’eterna imperfezione e incomprensione. Accettando la fatica di essere una persona che cerca di tirare avanti come tutti, e cerca di essere anche decente senza farsi fregare dall’idea di sempiterno errore come connaturazione biologica scritta nelle stelle.

Tu quanto vuoi indulgere ai tuoi difetti? Quali sono i tuoi difetti? E sono difetti?
(Ragazze Interrotte)

Ero piccola, ed erano tutte cazzate. Sono solo uguale a tutti voi da cui per anni mi sono convinta di essere diversa; almeno nella partenza. Poi si decide passo per passo. Riuscire a convivere con il mondo, almeno, è diventato più comprensibile ora che non mi sento più tanto strana; e da quando  ho percepito veramente, più che capito, quanto dolore possono provare gli altri.

5 commenti

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13/08/05

tra mille anni tutti i problemi e le controversie e i dibattiti di questa società non vorranno più dire nulla

rimarranno solo i sassi che qualcuno tirò per terra per ricordarsi la strada di casa,   ripercorsi all’indietro da qualcun’altro.

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